Emmanuele
Bianco è un giovane scrittore nato e cresciuto a Milano, ma nelle sue vene scorre sangue calabrese. Sul
polso ha tatuato qualcosa che gli ricorda sempre di tornarci a Sud. Un giorno
ha fatto un test ed è entrato nella prestigiosa scuola di scrittura Holden (la
scuola di Baricco). Nel 2010 ha pubblicato per Fandango Libri il suo primo
romanzo Tiratori scelti ed è appena
uscito il suo nuovo "E quel poco d’amore
che c’è". E’ simpatico e ha gli occhi con le ciglia lunghe e un neo che sembra
disegnato con la matita nera. Gioca nell’Osvaldo Soriano Football Club, la
Nazionale Italiana Scrittori ed è molto amico di Marracash. Oggi a Roma
presenterà "E quel poco d’amore che c’è" alle 18.30, presso la libreria Fandango Incontro. Francesco Montanari (il
Libanese della serie Romanzo Criminale) leggerà alcuni passi del libro. Io ci
vado, venite anche voi?
A Milano. A Novembre. Le premesse non erano buone.
COSA HAI STUDIATO E
DOVE?
Ho preso un diploma da perito elettrotecnico alle scuole
serali, non mi piaceva, non ci capivo niente e avevo paura delle prese. Ho
fatto Lettere ma cozzava con una parte del mio carattere. Allora ho iniziato a
lavorare in un call center e un giorno la direttrice mi ha parlato di questa
scuola di scrittura che faceva un test, era la scuola Holden di Torino. Ho
fatto il test e mi hanno preso. Non che volessi scrivere particolarmente, ma
l’ho fatto per due anni e mi piaceva che ci fosse un inizio e una fine in
quello che si faceva. Poi la scrittura è diventata una strada
COSA VOLEVI FARE DA
BAMBINO?
LA PRIMA COSA CHE HAI
SCRITTO?
Alcune poesie. Poi, negli anni a Torino, un primo tentativo
di romanzo mai pubblicato, si chiamava Rosso
e forte.
IL TUO PRIMO LIBRO TIRATORI SCELTI RACCONTA FRAMMENTI DI
ESISTENZA DI RAGAZZI DI PERIFERIA. PERCHE’ HAI VOLUTO METTERE INSIEME QUEI
FRAMMENTI?
I racconti sulla periferia sono sempre superficiali e
faziosi. Ognuno vuole mettere in luce questo o quel disagio. Nessuno dei
racconti che ho visto o letto sulla periferia affronta l’origine delle
periferie, cioè, nella fattispecie italiana, la grande migrazione dal Sud
Italia di milioni e milioni di uomini e donne in cerca di lavoro. Io sono
figlio d’immigrati calabresi, tutti i miei amici sono figli d’immigrati
meridionali. Non si può raccontare una periferia se non si parte dallo scontro
generazionale che la compone. La periferia è un luogo d’avvicendamento, perché
è un luogo per gli ultimi. Gli ultimi cambiano nazionalità, religione, lingua,
colore della pelle, ma arrivano sempre e comunque in periferia, che è una
specie di purgatorio nel quale lavorare sodo per cercare di migliorare la
propria condizione. Riguardo a quei frammenti, sono un atto d’amore nei
confronti della complessità umana. I media inseguono la notizia e spesso si
fanno dei viaggi mentali dettati da un moralismo spiccio. La verità è che
l’essere umano è un essere complesso e reagisce come può a ciò che gli accade o
a ciò che vorrebbe gli accadesse.

E’ APPENA USCITO IN
LIBRERIA IL TUO SECONDO LIBRO, UN ROMANZO DAL TITOLO E QUEL POCO D’AMORE CHE C’E’. CHE STORIA RACCONTA?
Il libro racconta di una famiglia “sfortunata”. È la storia
di una madre che incarna la dolcezza e l’abnegazione e che sta morendo a causa
di un tumore provocato dall’amianto. È la storia di un viaggio On The Road di
un padre e un figlio, a bordo di una vecchia Alfa 33 da Milano fino in
Sicilia. Di un padre e di un
figlio che non si parlano da quasi vent’anni, il cui rapporto non è mai
iniziato davvero. Due figure completamente scollate che sono costrette ad
affrontare insieme quel lungo viaggio, attraverso il quale si conoscono davvero
per la prima volta. È la storia di una fotografia scattata sulla veranda di una
casa al mare, uno scatto che ha vincolato quella famiglia, tenuta in vita da
quel poco d’amore che c’è. Che, in fin dei conti, c’è sempre e per tutti.
Cosa non ami del tuo
mestiere?
La promozione. Vorrei che i libri avessero le gambe e
suonassero alla porta, tipo i venditori del Folletto Vorwerk. E vorrei che la
gente li stesse ad ascoltare.
E’ VERO CHE SEI MOLTO
AMICO DI MARRACASH? RACCONTACI UNA COSA CHE AVETE FATTO INSIEME (SE FOSSE BUFFA
SAREBBE PERFETTO!)
Ho conosciuto Marra all’epoca di Tiratori Scelti. Glielo mandai, pensavo che la sua musica e la mia
narrativa avessero molti punti di contatto. Ci siamo incontrati perché lui è
stato felice di presentare Tiratori
Scelti in una Feltrinelli di Milano. E abbiamo scoperto che anche le nostre
vite e il nostro background avevano parecchi punti di contatto. Da lì è nata
un’amicizia e quando vado a Milano o viene a Roma cerchiamo sempre di vederci.
Una volta eravamo al Berlin, un locale di Milano frequentato spesso da lui e da
altri rapper, e s’era fatta ora di cena. Decidiamo di prendere una pizza e
mangiarla a casa da lui, chiacchierare un po’, niente di che. Saliamo in
macchina, c’era anche Guè Pequeno, il cantante dei Club Dogo. Marra cerca un
distributore, fa benzina e ripartiamo. Dopo un centinaio di metri la macchina
borbotta, si blocca a Porta Genova. L’aveva appena ritirata dal meccanico,
“minchia che bel lavoro che ha fatto”, dice. Aveva messo la verde invece del
diesel e s’era piantata. Scendiamo e spingiamo la macchina fino a un punto dove
non dava fastidio. Io e Guè siamo andati a prendere un Kebab là vicino e in
cinque minuti era pieno di fan che volevano fare la foto. Abbiamo aspettato il
mitico Emi lo Zio che ci ha portati fino a casa.
RACCONTACI IL
SIGNIFICATO DI UN TUO TATUAGGIO
Ho una scritta sul polso …A Sud… I puntini di sospensione prima e dopo sono importanti. Il
Sud è un luogo da dove si va via ma dove si ritorna. Il significato è più
ampio, non è solo un Sud geografico, ma ha a che fare con tutto: i colori, gli
odori, il clima, la gente. Il Sud è uno stile di vita, non il meridione di
qualcosa.
Il capo
d’abbigliamento che indossi il giorno in cui vuoi conquistare il mondo.
Il giorno che lo conquisterò te lo farò sapere. Comunque
metto le scarpe da ginnastica 360 giorni all’anno, quindi, quando sarà,
probabilmente sarà con le Nike.
Quante ore al giorno
scrivi?
Nel periodo in cui sto scrivendo un libro più o meno
quattro. Ma mi distraggo ogni quarto d’ora, sono come un boiler che per
mantenere la temperatura costante si spegne e s’accende a intervalli regolari.
La mia concentrazione funziona come un boiler.
Ti piace riso patate
e cozze?
È una cosa fresh in un paese cremoso, per essere gentile. E
poi ha un titolo molto riuscito.
Il libro che stai
leggendo adesso.
Il quinto passo è
l’addio. Di Sergio Atzeni. Capolavoro.
Sapore della nostra
chiacchierata?
Per rimanere in tema direi: hai presente dopo un gelato, che
ti viene una sete dannata, e l’unica cosa che vorresti è bere a fondo un
bicchiere di acqua fredda leggermente frizzante? Ecco, quel sapore lì.
Canzone a cui sei più
legato?
La mia cultura musicale è quasi inesistente e si limita alla
musica italiana estremamente popolare. Vasco, Ligabue. In questo non sono molto
esterofilo.
UN CONSIGLIO AD UN
GIOVANE SCRITTORE?
Di non innamorarsi troppo di ciò che scrive. Non
dimentichiamoci che un libro è un prodotto realmente finito solo quando c’è
qualcuno che lo legge. E spesso bisogna lasciare andare ciò che si scrive,
affidarlo a qualcuno meno coinvolto. Di solito, poi, s’è più contenti del
risultato.
Text – Paola Elvira
Montrone
Portraits of
Emmanuele Bianco – Emiliano Canevari Intoppa
Libreria Fandango Incontro
"E quel poco d'amore che c'è"