Michele Venitucci ha un’energia forte, nomade e poetica. E’ timido, ma i suoi occhi vivono e sorridono sotto gli occhiali scuri che porta per proteggersi dalla luce di un assolato pomeriggio romano. La sua passione e il suo entusiasmo per il mestiere dell’attore traspaiono da ogni cosa che dice. Prende il suo lavoro molto seriamente, studia e si prepara, ma la sua vita è un’altra cosa. Ha sempre bisogno di cambiamenti d’orizzonte per rimanere in contatto con il suo io più profondo. Se ci fosse un verbo fatto apposta per lui, sarebbe ricercare. È questo il suo talento, si lascia sorprendere e cambiare da luoghi, persone e gesti sconosciuti, anche quando non li comprende immediatamente. Non mi stupisce affatto che ami Wong Kar-way. Al momento è nella bella Barcelona per girare Rocco tiene tu nombre di Angelo Orlando. Volete sapere come ha vinto il ruolo che lo ha lanciato nel cinema? Ha avuto un super coraggio e un alleato molto speciale che ha accompagnato dallo strizzacervelli. Scoprite chi è nella nostra chiacchiera al sapore di macedonia di frutta e gelato alla crema.
GNAM GNAM
DOVE SEI NATO?
Bari. Quindi la risposta è si, ho assaggiato riso patate e cozze.
COSA HAI STUDIATO E DOVE?
Ho studiato recitazione all’Accademia del Teatro Sistina a Roma
Quando hai capito che volevi fare l’attore?
Mi sono avvicinato all’arte della recitazione grazie ad un corso extrascolastico organizzato dal Teatro Kismet. Un’esperienza orientativa molto importante per me, la loro modernità e il loro approccio al lavoro mi sono serviti tantissimo in seguito. È stato un piccolo seme cresciuto nel tempo. Quel luogo era uno spazio speciale dove abbandonarsi, ritrovarsi, incontrare umanità e conoscersi. Io incarno il cliché dell’attore timido e in quel luogo inspiegabilmente, mi trovavo a mio agio. Durante quel periodo, ho avuto a che fare con attori professionisti e tutti mi dicevano di andare via, di andare a Roma, cosa che adesso non è più necessaria. Adesso è necessario il nomadismo anche in rapporto allo studio, perché questo è un mestiere nel quale si deve studiare e fare ricerca tutta la vita. Una delle pecche degli attori italiani della mia generazione è la formazione. Se io devo interpretare un boxeur posso aver imparato la tecnica, ma se non mi alleno, non imparerò mai a combattere. Se non coltivi quotidianamente, non cresci. A me piace il mimetismo, la verità emotiva.
Un altro input importante per la mia vita, dopo la parentesi universitaria studiando Filosofia, è stato il servizio militare come trombettiere, su una nave di rappresentanza della Marina. Su quella nave, ho fatto il giro del Nord America, Canada, Islanda. Grazie a quell’ esperienza sono cresciuto e ho imparato ad ascoltarmi meglio. Così ho avuto il coraggio di assecondarmi e di iniziare questo bellissimo viaggio.
Visto che hai fatto l’esempio di un boxeur…hai vinto il premio come Miglior attore al Festival di Locarno (ex aequo con Michelle Piccoli) per Fuori dalle corde di Fulvio Bernasconi, in cui interpretavi proprio un pugile.
Un personaggio complesso quello, un pugile professionista che vive con la sorella. Entrambi hanno investito sul talento di questo ragazzo emigrato in Germania - dove ci sono gli sponsor - per guadagnare di più facendo questo mestiere. Lui però non è abbastanza cattivo e viene deluso, così ritorna in Italia con grande disappunto della sorella, interpretata da Maya Sansa. I due hanno un rapporto molto forte e molto particolare. Si ritrova poi in situazioni strane e arriva a discendere agli inferi, finendo in un giro di incontri clandestini in cui scoprirà di poter invece diventare molto cattivo.
Cosa hai fatto per prepararti?
Mi sono trasferito a Trieste e sono stato seguito da pugili professionisti. Il cambiamento è partito dal rasarmi i capelli e poi la preparazione fisica mi ha fatto cambiare a livello emotivo. Il mio lavoro è come il mio bisogno di spostarmi. Mi aiuta, è una forma di terapia che mi consente di evitare le nevrosi che possono derivare dalla precarietà di questo mestiere. Tuttavia ritengo che nella precarietà, l’artista possa trovare delle vie alternative.
Da cosa nasce questo tuo bisogno di spostarti?
Il mio nomadismo? Nasce da un bisogno antropologico. Mi piace incontrare persone, osservare modi di fare, usi e costumi. Non è un caso che faccia un mestiere che ha alla sua base la ricerca. In un momento di disorientamento come questo, sarebbe necessario scambiare idee, andare a vedere come stanno reagendo in altre parti del mondo. Mi capita di notare invece che c’è poca abitudine a scambiare idee, c’è paura e diffidenza.
Cosa non ami del tuo mestiere?
Il giudizio. L’attore che espone se stesso è sottoposto al suo giudizio, a quello del pubblico e a quello dei colleghi. Io non credo negli attori bravi o no, io credo nei talenti che non nascono da una tecnica, ma nascono dal bisogno, dalla fame. È una cosa naturale. Ognuno ha un proprio percorso. Questo è un lavoro di gruppo, di contesto. È bello vincere un premio, però è relativo. La follia e la curiosità che il creativo rende patologiche, devono essere assecondate. Come i bambini, un attore deve avere creatività e libertà e il giudizio su più livelli non aiuta. Legata agli attori c’è l’idea sbagliata che facciano la bella vita. Ci vogliono coraggio e pazzia per fare questo mestiere.
Il film che ti ha lanciato è Tutto l’amore che c’è di Sergio Rubini. Cosa ricordi di quell’esperienza?
Avevo 25 anni. È stata un’esperienza umana al di là del film stesso e infatti, i ragazzi con cui l’ho condivisa sono rimasti amici veri. Era il primo anno che facevo provini e stavo organizzando uno spettacolo con i ragazzi della scuola. Ebbi l’occasione di incontrare a Roma Sergio Rubini, che stava cercando persone alla prima esperienza. In seguito a quell’incontro, ero convinto di essere stato chiamato per un provino su parte a Bari, ma quando arrivai, c’erano centinaia di ragazzi in fila ad aspettare. Mi arrampicai fino alla porta e Francesco Lopez, il casting director, mi riconobbe grazie al mio neo sulla guancia e mi fece entrare. Sergio mi fece fare delle improvvisazioni e io gli proposi di recitare il monologo che avevo scritto sul mio neo. Da bambino avevo i complessi e ti dico solo che in quel monologo, il mio neo andava dallo psicanalista perché non si sentiva accettato. Sergio lo apprezzò tanto. Questo mi diede la libertà di stare tranquillo tutto quel pomeriggio e il pomeriggio successivo. Avevo consapevolezza del lavoro, ma ero alla prima esperienza cinematografica. C’era freschezza e con Sergio ci capivamo. La bellezza di quel lavoro è stata la capacità e la sensibilità di Sergio di sceglierci e seguire il mood che noi attori abbiamo creato. Un’esperienza speciale, ci sono umanità e poesia in quel racconto. È ancora così fresca e viva sulla mia pelle, come se fosse stato un viaggio, un periodo della mia vita. Sergio ha dichiarato che è stato come mettere una macchina da presa sul balcone di casa sua.
Nuovi progetti e film in uscita?
Litio di Davide Marengo con Carolina Crescentini, Maya Sansa e Guido Caprino.
Notte Finisce con Gallo, opera prima di Matteo Pellegrini con Alexei Guskow.
Si puo fare l’amore vestiti opera prima di Dario Acocella con Bianca Guaccero e Corrado Fortuna.
Goal di Fulvio Bernasconi con Francesco De Vito.
Uno spettacolo a teatro - La bestia nella Luna - di Michael Rodger con Laura Anzani.
La serie web sugli zombie - Sdreus - di Alessandro Balena e Marcello Introna. Loro sono due ragazzi giovani che stanno creando qualcosa nella nostra Puglia. La distribuzione è monopolio, un film è fatto per essere visto e oggi grazie alla rete, questo è possibile.
Ho curato la regia di un documentario sulla lavorazione di Notte finisce con gallo. Era un set con storie molto interessanti, un film che racconta di precariato ed extracomunitari. L’ho proposto alla produzione come extra del film.
In questi giorni sto girando a Barcellona il film di Angelo Orlando prodotto in crowdfunding, Rocco tiene tu nombre.
Avete mai pensato di diventare produttori? Fate un salto sul sito! (ndr.)
Il capo d’abbigliamento che indossi il giorno in cui vuoi che il mondo sia tuo.
Rispondo istintivamente: un cappello. Mi piacciono i cappelli perché ora che non si usano più, ti rendono elegante ed eccentrico allo stesso tempo.
Se la tua vita fosse un film chi sarebbe il regista?
Wong Kar-way - la poesia (ndr).
Un viaggio che ti ha cambiato.
Uno su tutti, i cinque mesi in Sud America da solo, con lo zaino sulla spalla. Ho un approccio empiristico al lavoro. Un vissuto pieno di esperienze mi aiuta a raccontare meglio!
Il film che non ti stanchi mai di guardare.
Spesso i film e i libri andrebbero rivisti e riletti a seconda della fase della tua vita. Ogni volta che rivedi un film cult, trovi di più. Per rispondere alla tua domanda, tutti quei film che quando ripassano in tv, mi fanno venire voglia di rivederli: Il padrino, 8 ½, C’era una volta in America.
Un saluto in barese ai nostri followers?
Uagnù non sit perdenn mà u prisc!!!!
Text: Paola Elvira Montrone
Text: Paola Elvira Montrone


6 commenti:
Michele Venitucci pare avere tutte le qualità del mondo . Ottimo attore, bello , corretto , amico sincero su cui si può contare sempre , serio , disponibile ,col senso dell'umorismo , lontanissimo dall'aura da star intensa in senso dispregiativo che pure potrebbe permettersi , ma che non ha mai vestito . Tutto questo è il suo più grande limite. Essere una persona per bene in un contesto di figurazioni dell'esistenza , assetate di successo sommario ed implotonate nelle schiere del "fare l'attore è un divertimento ; mica un lavoro per il quale abbisogna uno studio molto profondo" .
in fede
Marcello Introna
Michele è Michele e...lui lo sa.
Alfredo
Bella quest'intervista e per di più lui è molto carino! :)
WhiteCloset
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che bono
E' sempre una rubrica interessante, fa volar via da Bari verso il mondo, verso gli altri.
...alcune personalità sono palpabili nell'aria, alcune anime pare vederle..la forza carismatica, pare respirarla...
Alessandra De Vito
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